Una guida che segue, in rete per una comunità invisibile e presente

Perché siamo qui? Cosa ci ha spinto a credere che fosse una buona idea?
Nessuno, e non siamo nemmeno sicuri che lo sia. Ma abbiamo ascoltato con una certa lungimiranza, ciò che ci ha guidato fino a qui, che in qualche modo aggiusta il tiro ogni volta che tentiamo di esistere: il cosiddetto sintomo.
Prendiamo un dizionario comune, uno qualsiasi, arriviamo alla lettera S-, poi Sa-, Sal- … Per arrivare a “Salute”.
Da qui, strappare la pagina, farne una palla di carta e lanciarla nel cestino a mo’ di pallacanestro.
Ognuno di noi è richiamato a partire da lì, da quel buco, dalle proprie fantasie, dai propri dolori sedimentati, dalle proprie e irripetibili idee di star bene: a nulla serviamo se pensiamo di servire.
Si comincia da sé e si comincia dal se: se mettiamo in moto dei nuovi giri di pensieri allora il patologico è presto detto che diventi un patto-logico, un corollario unico e soggettivo. Ma non solo: può farsi strumento di cura, di azione, di presenza. Il tutto dentro una cornice clinica che circonda il nostro intervento.
Intervento, che parolone a ripeterlo. Ben inteso tutto è intervento se ci allontaniamo da esso, se creiamo uno spazio da coltivare con pazienza, che non è sinonimo di aspettativa, ma di aspettare, attendere.
Dopotutto, siamo tutti pazienti.
E forse è proprio da qui che vale la pena restare ancora un momento: in questa zona sospesa in cui non si aggiusta tutto, ma qualcosa si muove. Dove il sintomo smette di essere solo un ostacolo e comincia a farsi linguaggio, traccia, possibilità di orientamento. Non da decifrare una volta per tutte, ma da attraversare, ogni volta un po’ diversamente.
Allora esserci non è più un imperativo, né una prestazione. È una pratica minima, quotidiana, a tratti impercettibile. Un modo di abitare quello scarto tra come siamo e come ci immaginiamo di dover essere. E in quello scarto, a volte, si apre uno spazio comune: non più “loro e noi”, ma una mappa condivisa.
Forse è anche per questo che non serve definire troppo, né affrettarsi a dare nomi stabili. Le parole, se arrivano, arrivano dopo o di lato.
La salute mentale non è soltanto un problema di qualcuno. È il territorio in cui viviamo tutti.
“Una guida che segue: in rete per una comunità invisibile” raccoglie le storie di chi ha scelto di esserci.
E così, senza grandi dichiarazioni, si resta. Non per convincere, non per guarire qualcuno. Per fare spazio a ciò che c’è, anche quando è poco chiaro, anche quando non torna. In fondo, se siamo tutti pazienti, forse lo siamo proprio in questo senso: perché restiamo in attesa non di una soluzione, ma di un modo di stare.